Farida
viveva nei pressi di Herat, in Afghanistan. Non sapeva chi fosse suo padre, ma
conduceva comunque una vita tranquilla con la madre, anche se erano abbastanza
povere. Aveva molte amiche e frequentava una scuola pubblica femminile nel
centro della città , dove si recava tutti i giorni a piedi: la madre infatti non
possedeva un’auto perché le donne non potevano guidare.
Un
giorno, mentre cercava un quaderno, trovò una vecchia foto con dedica in un
mobile nella cucina del loro piccolo appartamento:
“Mi dispiace, ma non posso più stare con te e
nostra figlia, addio. Jamal.”
Farida non sapeva niente del padre, perché la madre
non gliene aveva mai parlato: ogni volta che il discorso iniziava, ella diventava
evasiva. Così non le disse niente e iniziò le ricerche del padre.
Dopo un mese circa, scoprì il suo cognome e trovò la
sua bottega a Kabul: era la calzoleria più famosa di tutta la città ! Entusiasta
della situazione entrò per conoscerlo, ma l'uomo la rifiutò e tornò a casa.
Ignara
di tutto la madre morì in seguito ad una malattia e Farida, ormai
diciassettenne, si trasferì a Kabul dove il padre fu costretto ad accoglierla.
All’inizio la ragazza era infelice, ma anche delusa dalla sua reazione al loro
primo incontro; dopo poco tempo però il loro rapporto migliorò e Farida lo
perdonò, grazie anche all’aiuto di Aisha, una diciottenne i cui genitori l’avevano
obbligata a sposarsi con Jamal che era più vecchio di lei di vent’anni.
Le
ragazze diventarono molto unite, si trattavano come sorelle e Aisha rimase
incinta durante il terzo anno di matrimonio. Il padre, convinto che il
nascituro fosse un maschio, era molto felice. Nacque però una bambina, Amira,
che in arabo significa “principessa”. Le giovani donne passeggiavano spesso per
il mercato con la nuova arrivata, partecipavano alla vita della comunità e
andavano a pregare nella moschea.
Jamal
iniziò a picchiare la madre della bambina e anche la figlia se si fosse opposta,
era infuriato perché per lui era un disonore aver avuto una figlia. Con il
tempo diventò sempre più violento, non permetteva più alle ragazze di uscire di
casa neanche per fare la spesa, perché pensava che avrebbero potuto scappare.
Tutte le sere quando tornava dal lavoro avvenivano le stesse situazioni. Se non
gli andava di mangiare ciò che avevano precedentemente preparato le picchiava
con una cinghia di cuoio. Se per caso ridevano o anche solo sorridevano, le cinghiava.
Se non eseguivano i suoi ordini immediatamente, le cinghiava.
Il
ritmo era diventato insostenibile. Farida e Aisha erano terrorizzate da Jamal,
non sapevano più come uscire dalla situazione e per di più Aisha era rimasta di
nuovo incinta, ma di un uomo di cui si era innamorata e aveva segretamente
incontrato, nobile d’animo e generoso.
La
sera d’estate in cui il marito lo scoprì, in tutto il vicinato si sentivano le
urla di entrambe mentre venivano punite per aver nascosto la notizia. Nessuno
andò ad aiutare le ragazze, anche i vicini avevano paura di quell’uomo e del
suo immenso potere. Jamal rinchiuse la figlia nella sua stanza e iniziò a
torturare Aisha. Farida però riuscì ad uscire da una finestra, prese un pesante
vaso di fiori e, rientrata in casa, lo spaccò sulla testa del padre, che morì
dopo pochi istanti.
Se
le autorità avessero saputo dell’accaduto avrebbero messo Amira in un
orfanotrofio e ucciso le due donne; allora seppellirono Jamal in un angolo del
vasto giardino.
Dopo qualche mese Aisha
si risposò con l’uomo che amava e portò con sé Farida ad Herat, dove nacque il
suo secondo figlio: Hassan.
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